Cinque anni fa mi sono trasferito a Charlotte, nella Carolina del Nord, per il mio primo incarico di docenza universitaria. È una delle città che crescono più rapidamente negli Stati Uniti. La prima cosa che mi ha colpito è stata l’ostilità di persone per il resto molto alla mano nei confronti di un tipo preciso di nuovi arrivati. Comuni abitanti di Charlotte, molti dei quali vivevano a loro volta in città da pochi anni, si lamentavano dei loro connazionali di New York, che a sentir loro arrivavano in massa e facevano salire i prezzi delle case. Non ce l’avevano con gli stranieri provenienti dal Messico. Charlotte non fa eccezione. A sentire i miei colleghi ad Austin e in altre città della Sun Belt, altrove il risentimento potrebbe essere ancora più forte. Ma per via politica non si può fare letteralmente nulla per vietare ai propri connazionali di trasferirsi. A meno di contare i mezzi indiretti, come i vincoli urbanistici. Allora, che cosa succede?
Strangers and Settlers: Migration Politics in a Local’s World di Bethany Lacina (Oxford University Press) spiega bene questo fenomeno e va oltre. È probabilmente il libro più illuminante che abbia letto da un po’ di tempo, anche perché risponde in modo definitivo e sobrio a una vecchia domanda. Perché esistono le frontiere e perché ce ne sono di più tra paesi che al loro interno, almeno nella maggior parte dei paesi sviluppati?
La tesi centrale del libro, che Lacina dimostra anche con i dati, è che esiste una norma sociale molto diffusa secondo cui chi è del posto ha diritti particolari che i nuovi arrivati non hanno. Questa convinzione è così comune che la condividono sia quelli del posto sia i nuovi arrivati. Eppure, gran parte di chi studia le migrazioni e la politica locale ci fa a malapena caso. Di solito si discute se i cittadini abbiano o debbano avere privilegi particolari, e quanto questi dipendano dall’interesse personale o dal razzismo. Lacina aggira il dibattito studiando fianco a fianco le migrazioni interne e quelle internazionali, con quarant’anni di sondaggi e dati censuari di oltre cento paesi. Sulla carta è uno studio comparato sulla politica dell’immigrazione. Credo però che possa essere utile anche a chi si occupa di politiche abitative e agli attivisti YIMBY negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
La cosa che mi è rimasta più impressa è quanto sia difficile trovare nazionalisti onesti quando servono, e perché potrebbe essere un male. Sono i nazionalisti classici, nei termini di Lacina. Danno la precedenza ai connazionali sugli stranieri e trattano tutti i connazionali allo stesso modo. La maggior parte delle persone vuole semplicemente che chi è del posto abbia la precedenza a ogni livello, dal quartiere al paese. Gran parte della politica dell’immigrazione, e anche di quella della casa, ruota quindi attorno a chi venga considerato del posto e a quali diritti ne derivino. In questo testo, in parte recensione e in parte riflessione, seguo il filo dell’idea dalle frontiere e dalla cittadinanza fino a spiegare perché il pregiudizio razziale conta meno di quanto pensino molti studiosi e perché chi non può impedire ai connazionali di trasferirsi ricorre ai vincoli urbanistici. Concludo con il mio principale disaccordo con Lacina, su quanto le persone tengano al proprio paese rispetto al luogo in cui vivono.
Bethany Lacina, politologa all’Università di Rochester, è arrivata a questo libro dopo anni di studi sul nativismo e sui conflitti etnici nei paesi in via di sviluppo. Come ha spiegato di recente, la ristrettezza di certi aspetti del dibattito americano sull’immigrazione la frustrava. Voleva capire se le dinamiche che aveva osservato fuori dagli Stati Uniti e dall’Europa aiutassero a spiegare anche ciò che accadeva nei paesi industrializzati. A leggere la maggior parte dei commenti, osserva, si direbbe che la politica migratoria riguardi sempre e soltanto la frontiera tra Stati Uniti e Messico e il Mediterraneo. I casi che esamina spaziano dall’India e dall’Africa subsahariana alla Cina e all’Irlanda del Nord, con ampio spazio anche alla politica dei singoli stati americani.
Pochi credono che i propri connazionali abbiano gli stessi diritti ovunque
Una delle cose che irritano Lacina è lo stupore dei commentatori americani di fronte a discendenti di immigrati che si oppongono all’immigrazione, come se questa ipocrisia fosse tutta americana. In realtà, in tutto il mondo c’è chi rivendica diritti particolari sui luoghi in cui si sono trasferiti i propri antenati o che questi hanno conquistato. Vale per i beti e i bulu del Camerun meridionale come per le famiglie olandesi fiere di avere un rifugiato ugonotto nel proprio albero genealogico.
Molti di coloro che scrivono di immigrazione sostengono anche che, senza identità nazionali ed etniche e i vari pregiudizi legati all’appartenenza a un gruppo, tutti finirebbero per respingere la discriminazione pubblica a favore di chi vive già in un luogo. La presunta prova è che, nelle democrazie, pochi credono che i governi debbano controllare le migrazioni all’interno del paese o trattare i connazionali diversamente in base a dove vengono. Eppure i dati di Lacina suggeriscono che negli Stati Uniti, almeno in astratto, dare la precedenza nelle assunzioni a chi è del posto rispetto a chi arriva da altre parti del paese è un po’ più popolare che darla agli americani rispetto agli immigrati dall’estero.
Fuori dagli Stati Uniti, Lacina trova opinioni simili in India. In ogni gruppo linguistico, la maggioranza era favorevole a discriminare i migranti interni nelle assunzioni, tanto negli stati in cui la lingua del gruppo era la più parlata quanto in quelli in cui il gruppo era in minoranza. Lacina conclude che riconoscere diritti particolari a chi è del posto è normale all’interno di un paese, e forse è persino meno controverso che riconoscerli ai cittadini del paese. A suo giudizio, la norma sui diritti di chi è del posto è più antica del nazionalismo e lo rende persino più plausibile. Le persone la applicano anche dove loro stessi non sono del posto.
Nei sondaggi di Lacina, gli americani invitati a esaminare i criteri delle borse di studio statali raccomandavano in genere di favorire i residenti dello stato, anche negli stati in cui loro stessi non vivevano. Lacina interpreta l’essere del posto come un obbligo reciproco. A casa mia vengo prima io, e accetto che a casa Sua venga prima Lei. Le università pubbliche che fanno pagare rette più alte agli studenti di altri stati sono un esempio quotidiano della stessa idea.
L’argomento più generale di Lacina si ricollega a un mio precedente lavoro sulla sorprendente opposizione all’emigrazione. In quel lavoro suggerivo che molte persone potessero avere un’avversione per la mobilità tra luoghi in generale. Lacina si spinge molto più in là. Verso la fine del libro si chiede se le obiezioni alla migrazione contino meno del valore che le persone attribuiscono al restare dove sono.
Perché esistono le frontiere, allora?
Economisti libertari e filosofi cosmopoliti si chiedono spesso perché ci siano delle frontiere, visti gli enormi benefici delle migrazioni e il costo umano delle restrizioni. Nel 2015, per esempio, l’economista Alex Tabarrok ha sostenuto su The Atlantic che le frontiere andrebbero abolite del tutto. Secondo le stime degli economisti, ha fatto notare, frontiere aperte raddoppierebbero il PIL mondiale. A sinistra, figure come l’attivista Harsha Walia, che chiede un mondo «senza frontiere», di solito aggiungono che le frontiere hanno radici nel razzismo. Ma la loro esistenza si spiega una volta che si guarda oltre la semplice protezione del mercato del lavoro e i pregiudizi di gruppo. Lacina parte dalle funzioni storiche delle frontiere. Servivano a controllare la violenza politica e a tutelare l’accesso privilegiato di chi era del posto a risorse locali come lo spazio fisico e i servizi pubblici.1
Secondo Lacina, da tempo i regimi hanno motivi concreti per controllare gli spostamenti. Le persone possono trasferirsi per organizzarsi contro il regime o sfuggire alle imposte. La mobilità può minacciare il ricorso al lavoro forzato, e lo Stato ha interesse a essere la fonte dei privilegi di chi è del posto. In Cina, con il miglioramento delle tecnologie di sorveglianza, il governo ha cambiato la funzione del sistema di registrazione delle famiglie, lo hukou. Da divieto generale di trasferirsi, ne ha fatto uno strumento più mirato per tenere traccia delle persone.2
C’è un’altra domanda collegata. Perché, almeno nei paesi sviluppati, attraversare una frontiera internazionale è molto più difficile che superare un confine interno, e perché la maggioranza ritiene che debba essere così? Lacina cita il teorico politico Joseph Carens. Nel suo classico saggio a favore delle frontiere aperte del 1987, Carens ricordava che durante la Grande Depressione i californiani volevano tenere fuori gli abitanti poveri dell’Oklahoma e che all’epoca gli abitanti dell’Oregon avrebbero voluto tenere fuori i californiani. Eppure, pochi pensano che questi stati dovrebbero poter controllare i propri confini. Anche questo si spiega, se si considera che lo stato sociale è organizzato su scala nazionale. Un cittadino che si trasferisce in un’altra parte del paese ha già diritto alle sue prestazioni. Chi arriva dall’estero si aggiungerebbe a chi già ne ha diritto.
Un tempo i confini interni funzionavano allo stesso modo. In Europa, almeno fino alla Prima guerra mondiale, l’appartenenza a una comunità locale era la forma di appartenenza politica con le conseguenze materiali più importanti. Determinava l’accesso ai servizi pubblici e la possibilità di essere chiamati alle armi. Le barriere agli spostamenti all’interno dei paesi caddero quando gli Stati si fecero carico dell’assistenza ai poveri e di altri servizi pubblici. L’obbligo delle comunità locali di assistere i poveri era stato un motivo importante per controllare chi poteva trasferirsi. Lacina elenca quattro condizioni grazie alle quali la migrazione interna ha smesso di essere politicamente controversa in molti paesi ricchi. Pochi volevano trasferirsi, la sorveglianza interna era estesa, cambiò il modo in cui gli Stati raccoglievano le entrate e i beni pubblici furono finanziati a livello centrale. Per la migrazione internazionale non è accaduto niente di simile. Dagli anni Sessanta resta del 90–95 per cento circa inferiore alla migrazione interna, anche se viaggiare costa meno da decenni.
Alla ricerca dei nazionalisti classici
I libertari discutono spesso di chi si possa definire un liberale classico. I liberali favorevoli al libero mercato hanno iniziato a usare questa espressione quando negli Stati Uniti «liberale» è diventato sinonimo di sostenitore di uno Stato più interventista. Il corrispettivo di Lacina sono i nazionalisti classici. Pensano che i cittadini debbano godere di privilegi rispetto agli stranieri e che non si debbano fare altre distinzioni tra cittadini. Danno sempre la precedenza ai connazionali e li trattano tutti allo stesso modo.
Molti lavori sull’immigrazione danno per scontato che la maggior parte delle persone rientri in questa categoria. Di recente mi sono dichiarato anch’io tale, ed è quello che suppongo per molte persone nella mia teoria del nazionalismo altruistico, che ho proposto nel mio primo libro. Anche molti partiti sembrano cercare questi elettori. Per esempio, combinano conservatorismo sui temi sociali e opposizione all’immigrazione con uno stato sociale generoso verso i connazionali. Ma questi elettori ci sono?
Lacina li cerca in maniera piuttosto ingegnosa. In realtà sono pochissimi, il che mi ha sorpreso. Uno degli indicatori indiretti più comuni dell’opposizione all’immigrazione è il consenso all’affermazione secondo cui «quando i posti di lavoro scarseggiano, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza» ai cittadini del proprio paese rispetto agli immigrati. Il World Values Survey e lo European Values Study pongono la domanda da decenni in decine di paesi. Lacina la abbina a una domanda identica che mette a confronto chi è del posto e chi proviene da altre parti del paese. Usa il suo sondaggio negli Stati Uniti e una rilevazione speciale dello European Values Study, che ha posto entrambe le versioni in diversi paesi dell’Europa orientale e meridionale.
Nel sondaggio americano di Lacina i nazionalisti classici erano una piccola minoranza. Erano persino meno numerosi dei cosmopoliti che respingevano entrambe le forme di preferenza. Erano una piccola minoranza anche in ogni paese europeo in cui si è svolta l’indagine. Sospetto che la loro scarsità dipenda almeno in parte da come sono formulate le domande. Può essere più facile essere d’accordo con due affermazioni parallele che cominciano entrambe con «quando i posti di lavoro scarseggiano». In un articolo più recente basato sullo stesso sondaggio, Lacina ha chiesto invece se le borse universitarie erogate dai singoli stati dovessero dare la precedenza a chi appartiene al paese (cittadini statunitensi e residenti permanenti) e a chi è del posto (diplomati nelle scuole superiori dello stato in questione). In quel caso i nazionalisti classici erano nettamente più numerosi dei cosmopoliti, pur rimanendo una minoranza. In entrambe le domande una netta maggioranza dava la precedenza tanto a chi era del posto quanto a chi apparteneva al paese. È questo il punto che più importa a Lacina.
Perché gli elettori possono difendere il loro status senza pregiudizi verso i nuovi arrivati
La nazionalità è dunque uno status tanto quanto un’identità, dato che la cittadinanza è l’equivalente nazionale dell’essere del posto. Molti di noi che studiano gli atteggiamenti verso l’immigrazione vedono nella nazionalità soprattutto un’identità. Se però la cittadinanza è uno status associato a una forte norma di priorità per chi è del posto, gli elettori possono volerla difendere senza provare ostilità verso chi arriva. Lacina considera allo stesso modo l’appartenenza a un luogo. È in parte un’identità e anche una rivendicazione di diritti. La sua definizione di chi è del posto è ridotta all’essenziale. È del posto chi riesce a far valere una pretesa a vantaggi particolari in un luogo, un po’ come è sovrano chi viene riconosciuto come tale da altri sovrani.
Chi è del posto ritiene di avere più diritto di chi viene da fuori a certi benefici di un luogo. E ritiene che spetti a chi è già del posto decidere chi possa essere riconosciuto come tale e come, se mai è possibile, i nuovi arrivati possano acquisire quello status. Proprio perché è uno status, l’appartenenza a un luogo vale dal quartiere alla nazione. Non richiede di provare antipatia per nessuno, anche se è compatibile con l’antipatia. Nei termini che danno il titolo al libro, i coloni cercano di istituire un nuovo ordine che definisca chi è del posto, spesso ricorrendo alla forza. I forestieri accettano l’ordine esistente e possono diventare del posto solo alle condizioni di chi lo è già.
La stragrande maggioranza dei migranti è composta da forestieri in questo senso. In tempi normali, la politica migratoria consiste soprattutto in discussioni tra chi è del posto su quali forestieri accogliere e a quali condizioni. L’incubo evocato dalla retorica anti-immigrazione è che i nuovi arrivati si comportino come coloni e rendano forestieri nella propria terra quelli che erano del posto. Credo che l’idea dello status spieghi anche perché il pubblico sia molto più indignato dalla migrazione non autorizzata, che aggira la possibilità per chi è del posto di dire la sua su chi entra e a quali condizioni. Quella rabbia è difficile da spiegare se si pensa che gli atteggiamenti verso l’immigrazione riguardino soprattutto l’identità di gruppo.
Gli immigrati e i loro discendenti tendono a essere più aperti all’immigrazione del resto della popolazione. Ma, osserva Lacina, gli attivisti e i politici favorevoli all’immigrazione spesso sopravvalutano la distanza, perché danno per scontato che le idee degli immigrati e delle minoranze derivino dalla loro identità di gruppo. Nel suo sondaggio statunitense, gli immigrati e gli americani di origine latinoamericana o asiatica nati negli Stati Uniti davano la precedenza a chi era del posto all’interno del paese in proporzioni simili al resto della popolazione. All’interno di questi gruppi, chi aveva posizioni progressiste sulle questioni razziali, ossia chi sosteneva le azioni positive, era perfino un po’ più incline di chi aveva posizioni conservatrici sulle stesse questioni a favorire gli americani rispetto agli immigrati. Per Lacina è un indizio che il sostegno alle restrizioni da parte di immigrati e minoranze non è necessariamente un segno di «razzismo interiorizzato». Anche fra i democratici è raro il cosmopolitismo elitario che respinge la priorità per chi è del posto e per i cittadini del paese. Circa tre su quattro ritenevano che i datori di lavoro dovessero dare la precedenza a chi è del posto.
Lacina tiene a precisare che non ritiene i diritti di chi è del posto migliori o più innocui del nazionalismo o del razzismo. Eppure, i suoi dati suggeriscono che in molti lavori sull’immigrazione si esageri il ruolo dei pregiudizi di gruppo nell’opposizione alle migrazioni, siano essi fondati sulla razza o sulla nazionalità. In un certo senso, sostiene, senza nativisti virulenti a inquietare le minoranze e le persone progressiste sulle questioni razziali, le norme che danno la precedenza a chi è del posto potrebbero prevalere.
Quando non si può impedire ai connazionali di trasferirsi, si ricorre al NIMBY
In un paese ricco, scrive Lacina, il risentimento verso la migrazione interna prende forme diverse a seconda dei gruppi coinvolti. Una di queste è il NIMBY, l’opposizione a costruire nel proprio quartiere. Sostiene che la politica della migrazione interna vive già nel futuro ipotizzato per la politica dell’immigrazione, quello in cui i governi non possono più controllare chi si trasferisce. Negli Stati Uniti, per esempio, chi mal sopporta l’arrivo di connazionali da altre regioni non può chiedere a nessuno di chiudere i confini del proprio stato. Per impedire ai concorrenti di trasferirsi restano i vincoli urbanistici e gli altri limiti alla costruzione di nuove abitazioni.
Di solito, l’opposizione alle nuove abitazioni si spiega con i proprietari che vogliono salvaguardare il valore dei loro immobili e con i vicini che non vogliono un cantiere accanto a casa. Ma studi recenti mostrano che spesso le opinioni dei proprietari e degli inquilini sulle nuove abitazioni differiscono poco. L’opposizione dipende piuttosto da che cosa la gente pensa dei costruttori e dei nuovi abitanti che le politiche abitative le fanno venire in mente. Come per l’immigrazione, la posizione economica delle persone spiega sorprendentemente poco. Il libro di Lacina aggiunge un elemento. Chi già abita in un luogo crede di avere il diritto di decidere chi può entrare a far parte della comunità.
Questa convinzione così diffusa aiuta anche a capire perché sia tanto difficile rispondere a una a una alle obiezioni di chi si oppone alla costruzione. Lacina sostiene che chi è del posto condivide la convinzione di meritare la precedenza sui nuovi arrivati, per cui «qualsiasi lamentela che si possa ragionevolmente ricondurre alla migrazione è un motivo per non vederla di buon occhio». In una disputa su un nuovo condominio, il traffico o il carattere del quartiere possono svolgere quel ruolo. Secondo Lacina, chi è del posto tende a convenire sul fatto che il governo dovrebbe adottare politiche migratorie a suo favore.
Questioni aperte sulle politiche locali e sul potere decisionale
Se gli elettori vogliono politiche a favore di chi è del posto, quali riescono meglio a smorzare l’opposizione politica all’immigrazione facendo il minor danno possibile ai migranti e all’economia? Lacina presenta un ampio ventaglio di misure, dal requisito di un legame con la comunità per accedere all’edilizia sociale in Gran Bretagna alla preferenza per gli studenti dello stato nelle borse universitarie statunitensi. Storicamente, ricorda, i governi cominciarono a limitare l’accesso ai servizi favorendo chi era del posto all’interno dei loro paesi per consentire la mobilità del lavoro senza indebolire i servizi pubblici. I sostenitori dell’immigrazione spesso non vedono di buon occhio queste misure. Alcune potrebbero però essere il prezzo di una maggiore apertura, e mi piacerebbe molto sapere quali funzionano meglio.
Una seconda domanda è se la priorità per chi è del posto possa mai giocare a favore dell’immigrazione. Se chi è del posto crede di poter decidere chi entra nella comunità, i programmi che consentono di decidere direttamente potrebbero avere più legittimità delle decisioni prese in una capitale lontana. Si va dalla sponsorizzazione comunitaria delle persone rifugiate alle province e alle città canadesi che scelgono direttamente gli immigrati da accogliere. Ma Lacina osserva anche che il decentramento politico tende a scoraggiare le migrazioni e che gli attivisti di entrambe le parti cercano di spostare le dispute su chi sia del posto al livello di governo che più conviene loro. Non so quale dei due effetti prevarrebbe.
Anche chi vuole riformare le politiche abitative è in disaccordo sul potere decisionale locale. Laura Foote e Jeff Fong sostengono che le leggi statali dovrebbero prevalere sulle regole urbanistiche locali, perché il costo dell’opposizione alla costruzione ricade soprattutto su persone che votano altrove. Andrew Burleson è più cauto. Avverte che, poiché le leggi statali sono più difficili da cambiare delle regole locali, le vittorie di oggi potrebbero rendere più difficili le riforme di domani. Anche i politologi David Foster e Joseph Warren obiettano che la prevalenza delle leggi statali provoca spesso un contraccolpo. Può funzionare meglio lasciare che i residenti votino sulle nuove abitazioni e ne condividano i benefici. La politica migratoria conosce analoghi di entrambi gli approcci. Ci sono norme nazionali che impediscono ai comuni di escludere chi arriva e programmi a cui le comunità possono scegliere di aderire. Spero che più persone comincino a riflettere su queste questioni.
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A essere del tutto onesto, proprio non riesco a trovare una critica più seria da muovere a questo libro. È davvero un gran libro! Ormai sono del tutto convinto che la convinzione che chi è del posto meriti certi privilegi per via del suo status sia diffusa praticamente ovunque nel mondo, non sia destinata a scomparire presto e meriti più attenzione sia da chi fa ricerca sia da chi fa attivismo. La mia unica riserva è che mi convince meno la tesi più controversa del libro sul confronto tra queste convinzioni locali e il nazionalismo. I dati di Lacina suggeriscono che in astratto le persone giudicano la preferenza per chi è del posto almeno altrettanto accettabile di quella per i cittadini del paese. Ma a quale appartenenza tengano di più quando le due entrano in conflitto è un’altra domanda.3
I nazionalisti classici in senso stretto sembrano effettivamente rari quanto i liberali classici in senso stretto. Eppure, per come leggo io i dati, è molto più probabile che le persone muoiano e uccidano per la propria nazione che per la propria identità locale. Non è solo perché le nazioni hanno gli strumenti per arruolare le persone e metterle in quella situazione. Le persone sono anche molto più motivate a cooperare e ad accettare di pagare tasse per finanziare uno Stato a livello nazionale che a livello locale. Credo che anche questo conti.
Inoltre, gran parte delle prove che Lacina presenta a favore dei diritti di chi è del posto viene da domande su come distribuire posti di lavoro e prestazioni pubbliche all’interno di un paese. La politica migratoria, invece, si decide quasi sempre a livello nazionale. In un mio esperimento, nel Regno Unito alle persone importava di più che cosa facessero le politiche migratorie per la Gran Bretagna che per la propria città. Ma, come accennavo prima, credo che la posizione di Lacina possa conciliarsi con la mia se si considera la cittadinanza una forma particolare, a livello nazionale, dell’essere del posto.
Consiglierei comunque Strangers and Settlers a chiunque studi l’immigrazione e la casa o partecipi al dibattito, e soprattutto a chi come me vorrebbe più immigrazione e più case. Se Lacina ha ragione e chi è del posto si aspetta di avere la precedenza quasi ovunque, rendere popolari l’immigrazione e un’offerta abbondante di case significa adottare politiche che mantengano quella precedenza.
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L’opinione pubblica risente ancora di queste preoccupazioni. Per questo la posizione di una persona nel mercato del lavoro dice così poco delle sue idee sull’immigrazione. Ne ho scritto anch’io nel caso degli immigrati qualificati. ↩
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La stessa logica determina per quali paesi non occorre il visto per viaggi brevi. Gli Stati rinunciano ai controlli solo quando riescono a gestire i rischi per la propria sicurezza, il gettito fiscale e i servizi e le risorse di cui usufruisce chi è del posto. È una delle ragioni per cui le persone che vengono da paesi privi di uno Stato funzionante faticano tanto a viaggiare. I loro governi smettono di partecipare a sistemi di monitoraggio congiunto come l’Interpol. ↩
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Potrebbe essere vero soprattutto nei paesi occidentali. Malgrado la reputazione individualista, tendono a interessarsi di più alla società nel suo complesso e a dare meno peso agli obblighi verso le persone vicine rispetto alle culture più «collettiviste». ↩
